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di Roberto Viviani
2° giorno: sabato 04 agosto 2001 - Washington
Al mattino sveglia molto presto e dopo una mezz'ora siamo in strada direzione
centro città. Trovato parcheggio per l'auto nei pressi della sede della FBI c'incamminiamo
alla scoperta della capitale. Prima però ci aspetta la prima colazione americana,
che come quelle successive sarà ipercalorica. La prima visita spetta di diritto
alla Casa Bianca che però non ci sembra una cosa nuova (l'abbiamo vista in troppi
film); chiesta udienza non concessaci a Bush proseguiamo verso il Lincoln Memorial
(ricordate Forrest Gump che durante la premiazione per meriti di guerra
riconosce la sua amata e corre dentro l'acqua?), il Vietnam veterans memorial
e dopo aver attraversato un infuocato Arlington memorial bridge visitiamo a bordo
di un simpatico trenino l'Arlington National cemetery (con tutte le sue lapidi
rettangolari bianche) soffermandoci alla tomba di John Kennedy. Tornati indietro
con la metropolitana non abbiamo più tempo per la visita al museo dell'olocausto
che avevamo prenotato; ci avviamo quindi alla macchina per dirigerci in direzione
Baltimora. Siamo molto stanchi e decidiamo di comprare del cibo in un supermercato
e mangiare in camera. Troviamo un motel a metà strada tra Washington e Baltimora
(che distano non più di 60 chilometri) che non è eccelso ma a differenza di quello
della sera prima ci sembra il Danieli di Venezia. Abbiamo percorso i nostri primi
chilometri sulle strade americane e molti ancora ne dovremo percorrere.
Washington si è rilevata una città più bella di come ci aspettavamo; l'abbiamo
trovata pulita e ordinata, con molto verde e un traffico accettabile (forse perché
era sabato) e anche con molte cose da vedere. Domani ci aspetta Baltimora
e in serata arrivo a Philadelphia, andiamo a dormire con in testa la musica di
Rocky.
3° giorno: domenica 05 agosto 2001: Baltimora - Philadelphia
Altra sveglia alla buon'ora e subito in auto per raggiungere Baltimora. Alessandro
come al solito appena sveglio è affamato, quindi la prima attività appena giunti
a Baltimora la svolgeremo con le gambe sotto il tavolo in un buon ristorante.
Entriamo alle 8 circa nella periferia di Baltimora e, pur non essendoci anima
viva in giro cominciamo a conoscere la realtà delle metropoli americane; l'ambiente
è quello dei film tipo i guerrieri della notte, con case fatiscenti, scritte e
graffiti sui muri, vicoli da inseguimento e, agli angoli delle strade gli immancabili
campi da basket. Entriamo finalmente nel centro città e ci dirigiamo verso il
porto dove cerchiamo subito un parcheggio per l'auto. Dopo pochi minuti
siamo sulle strade di Baltimora affamati ma contenti di vedere la seconda metropoli
americana di questo viaggio. Giunti al porto notiamo un simpatico ristorantino
su uno dei moli e, come felini ci lanciamo sulla nostra preda. All'interno abbiamo
la senzazione di essere tornati negli anni '50 e da un momento all'altro ci aspettiamo
Alfred (il gestore di Arnold's in Happy days) che ci illustra le prelibatezze
della casa. Questa colazione si rivelerà una delle pratiche culinarie più impegnative.
Come succederà per tutto il viaggio ci dividiamo in due scuole di pensiero: da
una parte io, Simona 1, Alessandro e Diego siamo per i piatti killer composti
da uova strapazzate, bacon, frittelle con marmellate varie e anche una fetta di
torta (pesantissima), dall'altra Simona 2 e Federica, più delicatine e salutiste
si accontentano di qualche frittella con la marmellata. Ingurgitate le colazioni
decidiamo che, visto che l'unica cosa che ci pare interessante a Baltimora è solo
la zona del porto, una volta visitato quest'ultimo partiremo per Philadelphia.
Avendo parcecchio tempo a disposizione si decide di fare un giro più largo e passare
nella contea di Lancaster dove vive la comunità degli Amish, comunità religiosa
che vive ancora seguendo le regole, le tradizioni e l' abbigliamento di un secolo
fa. Decidiamo di visitare una fattoria Amish; 6 dollari a persona per vedere una
casa normalissima e qualche animale nei recinti nel retro della fattoria. Una
delusione, anche perché degli Amish non c'è nessuna traccia. Li vedremo poi successivamente
ripresa la strada per Philadelphia (non utilizzano auto ma solo calessi trainati
dai cavalli) e questo ci rivaluta l'intera giornata (ci credete?). Verso sera
arriviamo nei sobborghi di Philadelphia e, come sempre, sbagliamo strada e ci
ritroviamo nel bel mezzo di uno dei quartieri peggiori che ci potessero capitare:
il quartiere di German Town. Siamo tutt'altro che tranquilli anche per gli
sguardi che ci vengono rivolti dall'esterno e già ci vediamo protagonisti di un
film che non desideravamo interpretare; cerchiamo di ritrovare il prima possibile
la tangenziale, ma ci vorrà più di mezz'ora. Usciti finalmente dal dedalo di strade
della periferia di Philadelphia (quella di Baltimora era stato solo un antipastino)
ci mettiamo alla ricerca di una cuccia per la notte. Attenzione: chi di Voi si
recherà a Philadelphia tenga presente che trovare un motel al di fuori della città
sarà impresa ardua: noi dopo almeno due ore di ricerca troviamo un gentile americano
che ci conduce fino a un Days Inn. Dopo una buona bistecca e un'insalata in un
locale vicino all'albergo ci lanciamo sui nostri letti, domani mattina ci aspetta
Philadelphia: la città di Rocky Balboa, ma anche e soprattutto la città simbolo
del sogno americano, della partenza verso l'Ovest, verso la frontiera, dove fu
firmata la dichiarazione di indipendenza degli stati fondatori.
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