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di Roberto Viviani
2^ parte del viaggio: IL MITICO OVEST
10° giorno: domenica 12 agosto 2001: DENVER - GREEN RIVER
Finalmente siamo a Denver, l'Ovest americano ci aspetta. Il mito della frontiera,
delle strade sterrate, degli immensi spazi, è sotto i nostri piedi. Non ci serve
che un'auto e una canzone degli Eagles e l'Ovest è nostro. Raggiunto il parcheggio
dell'Alamo e consegnati i documenti necessari ritiriamo l'auto e siamo pronti
a partire. Per recuperare il tempo perduto dobbiamo fare più di 500 chilometri,
attraversare le montagne rocciose e arrivare fino a Green River, nello Utah nei
pressi dell'Arches national park. Imbocchiamo la Interstate 70 attraversiamo Denver
dove si dice inizi il vero Ovest. E' straordinario perché quando sei a Denver
se guardi verso Est vedi una pianura infinita, verso Ovest le imponenti montagne
rocciose. Dopo più di 6 ore di auto (a seguito delle 3 in aereo) e tutti e tre
gli autisti sfruttati arriviamo moribondi a Green River e, presa una camera al
motel 6 del paese, non vediamo che il letto. Trascorriamo la nostra prima notte
sotto il cielo dell'Ovest, ci troviamo ad una passo da parchi straordinari. Siamo
nella terra degli indiani e dei pionieri, in uno stato grande più di metà dell'Italia
con neppure 2 milioni di abitanti, nonostante la stanchezza c'è l'emozione per
i posti che vedremo e le strade che percorreremo e la colonna sonora del nostro
sonno sarà una vecchia melodia indiana.
11° giorno: lunedì 13 agosto 2001: Arches National park - Monument valley.
Prima sveglia nell'Ovest americano. Abbiamo dormito pochissime ore, ma dobbiamo
svegliarci molto presto. Molti sono i chilometri da percorrere e molte le cose
da vedere. Chiediamo a Jimmy (sonnolento portiere del motel) di indicarci un posto
dove consumare una gigantesca colazione. Dopo due giorni terribili finalmente
siamo rilassati, anche grazie a uno stupendo piatto pieno di uova bacon e patate,
succhi di frutta e caffè. Il buon Jimmy ci ha suggerito un ottimo posto (da urlo
anche la cameriera; bella, timida e molto americana). Dopo un'ora siamo già dentro
l'Arches National park. Restiamo a bocca aperta per la bellezza selvaggia e solitaria
di questo
parco; l'orizzonte è infinito, il silenzio è totale, l'unico rumore è il fruscio
del vento, siamo tutti zitti soli con i nostri pensieri stregati da questi luoghi.
Ci spostiamo due o tre volte con l'auto per raggiungere i posti più interessanti
per proseguire poi a piedi. In sequenza raggiungiamo parecchie meraviglie della
natura: nel sentiero percorso a piedi incontriamo vari archi formati dall'acqua
e dal vento con una lenta ma inesorabile erosione, fino ad arrivare al simbolo
del parco il landscape arch, il più lungo arco naturale del mondo. Purtroppo dopo
un paio d'ore il tempo peggiora ed arriva addirittura la pioggia. E' comunque
già parecchio tardi e in serata dobbiamo arrivare alla Monument Valley (circa
200 chilometri più a Sud). Imbocchiamo la highway nr. 191, una delle strade più
spettacolari d' America che attraversa lo Utah e l'Arizona da Nord a Sud
fino a morire al confine con il Messico. Sfioriamo Canyonlands, una delle tappe
annullate a causa dei giorni persi e abbiamo la sensazione di perderci qualcosa
di straordinario. Dopo il pranzo ad un Denny's qualche chilometro a Sud di Moab
riprendiamo il nostro viaggio. Il tempo peggiora sempre di più e si trasforma
nel volgere di pochi minuti in un autentico nubifragio. Arriviamo a Monticello,
anonimo paesino in mezzo al nulla, dove la 191 incrocia la 666 che porta alla
Mesa Verde e la pioggia ci da una tregua; ci fermiamo per sgranchirci le gambe
e per cambiare l'acqua ai pappagalli. Monticello è un esempio tipico dell'Ovest
americano; queste piccole cittadine di provincia possono trovarsi a ore di macchina
da altri centri abitati di un certo rilievo. Per noi europei è sorprendente e
spiazzante l'impatto con un paese che ha nelle grandi stanze e negli spazi sconfinati
le sue caratteristiche più marcate; in questi altipiani immensi si riesce a vedere
all'orizzonte la rotondità della terra. Mi rendo conto di essere quasi impreparato
a queste solitudini e a questi immensi silenzi; la vita di città ci ha costretto
a fare l'abitudine a caos e rumore, e come tutte le abitudini col tempo ci diventano
indispensabili. E' per questo che quando ci troviamo in posti come questi, dove
i silenzi, gli spazi e le solitudini regnano sovrani, ci sentiamo a disagio fino
a provare addirittura quasi un malessere fisico; non siamo più protetti dalle
nostre abitudini. Ripartiti da Monticello dopo circa una trentina di miglia abbandoniamo
la 191 e imbocchiamo la 163, la highway che non dimenticherò e sicuramente ripercorrerò.
Il paesaggio è quello dei film western, siamo nella riserva indiana dei Navajo
ai quali il governo degli Stati Uniti ha donato (dopo essersi preso tutto) la
vicina Monument Valley. Rivivo le migliaia di immagini viste in film e fotografie,
ma stavolta io sono qui e queste sensazioni mi resteranno per sempre impresse
nella mente e nel cuore. In questi luoghi immutati nel tempo si fondono insieme
il mito della frontiera di ieri (quella dei pionieri) e quella di oggi (quella
di Easy rider e prima ancora quella di Jack Kerouac e ora la mia); lungo questa
strada nella mia mente si incrociano le canzoni degli Eagles e le pagine di "On
the road", il mito del vecchio West e una nostalgia di fondo, mia personale, struggente
e malinconica: quella per le cose che non si sono vissute, per il tempo che trascorre
e i tempi che cambiano. E con la convinzione ormai perduta che
con un viaggio nei luoghi sempre sognati inseguendo generazioni ormai passate,
si possa trovare quello che si cerca percorrendo parallelamente ad una strada
un tragitto del proprio cuore. In fondo un po' tutti siamo alla ricerca di qualcosa
che forse (o sicuramente) non troveremo mai. Credo che in fondo ad ogni rettilineo al di là di ogni curva (come da un bellissimo libro di Alex Roggero) oltre ad
inseguire il fantasma del blacktop (il manto nero dell'asfalto, simbolo e spirito
delle strade americane), ognuno di noi cerchi la propria disillusione. In balia
di questi pensieri e dopo circa mezz'ora di strada attraversiamo l' ultimo paesino
prima della Monument: Mexican Hat (così chiamato per una roccia a forma di sombrero
messicano). Il paesaggio diventa sempre più selvaggio e spettacolare e dopo un
po' di miglia iniziamo un lungo rettilineo con la Monument Valley sullo sfondo
e ci fermiamo per immortalare con foto e riprese. Credo che siamo nel tratto di
strada in cui si ferma Forrest Gump dopo aver corso per tre anni in giro per l'America.
Arriviamo fino all'entrata e proviamo a cercare un posto per dormire all'interno
ma essendoci solo un albergo di camere disponibili neppure l'ombra. Ritorniamo
allora indietro a Mexican Hat dove troviamo due camere in un delizioso motel sulle
sponde del San Juan river. Andiamo a mangiare in un posto stupendo; un vecchio
ristorante con un imbronciato cow boy che cuoce bistecche su una griglia dondolante
e due pentoloni di fagioli sulla stufa. Mangiamo all' aperto sorseggiando una
birra fresca e godendoci uno stupendo tramonto che trasforma le rocce in un rosso
vivo; una serata indimenticabile. Purtroppo abbiamo lasciato macchine fotografiche
e videocamere in motel, quindi tutto questo resterà, indelebile e struggente,
solo nei nostri ricordi. Andiamo a dormire a notte inoltrata, dopo aver trascorso
un po' di tempo sdraiati a sentire il rumore del San Juan River. Domani nella
mattinata ci aspetta la visita alla Monument Valley e nel pomeriggio il viaggio
per raggiungere il Grand Canyon.
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