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3° giorno: domenica 05 agosto 2001:
Baltimora - Philadelphia
Altra sveglia alla buon’ora e subito in auto per raggiungere Baltimora.
Alessandro come al solito appena sveglio è affamato, quindi la
prima attività appena giunti a Baltimora la svolgeremo con le gambe
sotto il tavolo in un buon ristorante.
Entriamo alle 8 circa nella periferia di Baltimora e, pur non essendoci
anima viva in giro cominciamo a conoscere la realtà delle metropoli
americane; l’ambiente è quello dei film tipo i guerrieri
della notte, con case fatiscenti, scritte e graffiti sui muri, vicoli
da inseguimento e, agli angoli delle strade gli immancabili campi da basket.
Entriamo finalmente nel centro città e ci dirigiamo verso il porto
dove cerchiamo subito un parcheggio per l’auto. Dopo pochi minuti
siamo sulle strade di Baltimora affamati ma contenti di vedere la seconda
metropoli americana di questo viaggio. Giunti al porto notiamo un simpatico
ristorantino su uno dei moli e, come felini ci lanciamo sulla nostra preda.
All’interno abbiamo la senzazione di essere tornati negli anni ’50
e da un momento all’altro ci aspettiamo Alfred (il gestore di Arnold’s
in Happy days) che ci illustra le prelibatezze della casa. Questa colazione
si rivelerà una delle pratiche culinarie più impegnative.
Come succederà per tutto il viaggio ci dividiamo in due scuole
di pensiero: da una parte io, Simona 1, Alessandro e Diego siamo per i
piatti killer composti da uova strapazzate, bacon, frittelle con marmellate
varie e anche una fetta di torta (pesantissima), dall’altra Simona
2 e Federica, più delicatine e salutiste si accontentano di qualche
frittella con la marmellata. Ingurgitate le colazioni decidiamo che, visto
che l’unica cosa che ci pare interessante a Baltimora è solo
la zona del porto, una volta visitato quest’ultimo partiremo per
Philadelphia. Avendo parcecchio tempo a disposizione si decide di fare
un giro più largo e passare nella contea di Lancaster dove vive
la comunità degli Amish, comunità religiosa che vive ancora
seguendo le regole, le tradizioni e l’abbigliamento di un secolo
fa. Decidiamo di visitare una fattoria Amish; 6 dollari a persona per
vedere una casa normalissima e qualche animale nei recinti nel retro della
fattoria. Una delusione, anche perché degli Amish non c’è
nessuna traccia. Li vedremo poi successivamente ripresa la strada per
Philadelphia (non utilizzano auto ma solo calessi trainati dai cavalli)
e questo ci rivaluta l’intera giornata (ci credete?). Verso sera
arriviamo nei sobborghi di Philadelphia e, come sempre, sbagliamo strada
e ci ritroviamo nel bel mezzo di uno dei quartieri peggiori che ci potessero
capitare: il quartiere di German Town. Siamo tutt’altro che tranquilli
anche per gli sguardi che ci vengono rivolti dall’esterno e già
ci vediamo protagonisti di un film che non desideravamo interpretare;
cerchiamo di ritrovare il prima possibile la tangenziale, ma ci vorrà
più di mezz’ora. Usciti finalmente dal dedalo di strade della
periferia di Philadelphia (quella di Baltimora era stato solo un antipastino)
ci mettiamo alla ricerca di una cuccia per la notte. Attenzione: chi di
Voi si recherà a Philadelphia tenga presente che trovare un motel
al di fuori della città sarà impresa ardua: noi dopo almeno
due ore di ricerca troviamo un gentile americano che ci conduce fino a
un Days Inn. Dopo una buona bistecca e un’insalata in un locale
vicino all’albergo ci lanciamo sui nostri letti, domani mattina
ci aspetta Philadelphia: la città di Rocky Balboa, ma anche e soprattutto
la città simbolo del sogno americano, della partenza verso l’Ovest,
verso la frontiera, dove fu firmata la dichiarazione di indipendenza degli
stati fondatori.
4° giorno: lunedì 6 agosto 2001: Philadelphia – Elmira.
Alle 8 del mattino siamo già nel centro di Philadelphia, il caldo
è insopportabile. Dopo pochi minuti di cammino ci scontriamo con
una delle peggiori contraddizioni di questo grande paese. Tutti i giardini
e parchi cittadini che incontriamo sono pieni zeppi di homeless che si
stanno svegliando e alzando. Vicino a loro passano manager e impiegati
in giacca e cravatta che si stanno recando al lavoro nei lussuosi uffici
del centro. Questi due estremi sembrano accettati come la cosa più
normale di questo mondo. L’America è il paese dove tutto
è grande: il territorio, l’economia, i grattacieli, la ricchezza
e la povertà. Probabilmente i 50 milioni di poveri permettono agli
altri 200 una vita prospera, forse anche questa è democrazia.
La intravedo da lontano; sì è proprio lei, la scalinata
di Rocky. Mentre Alessandro riprende con la sua videocamera comincia la
mia corsa con tanto di sandali, ma riesco comunque ad arrivare su e a
urlare Adriana a squarciagola. E’ incredibile come questo posto
sia invaso quotidianamente da turisti esclusivamente per la notorietà
acquisita a seguito del film di Stallone e non ad esempio per l’importantissimo
museo presente nella piazzetta sovrastante la scalinata (confesso che
anche noi siamo qui solo per la prima ragione). Proseguiamo la visita
di Philadelphia inoltrandoci verso il centro città. Attraversiamo
la zona dei grattacieli dove hanno sede importanti società e notiamo
che i fumatori devono addirittura uscire dall’edificio e consumare
la sigarette in strada. Negli Stati Uniti non si può fumare in
nessun luogo chiuso, tranne casa propria. Ci dirigiamo verso la parte
storica di Philadelphia e essendo arrivata l’ora di pranzo ci fermiamo
in un chiosco dove ci facciamo preparare dei panini “mostruosi”
che azzanniamo proprio di fronte al palazzo dove firmarono la dichiarazione
di indipendenza. Il caldo del primo pomeriggio è veramente micidiale,
troviamo refrigerio all’interno del visitor center dove l’aria
condizionata è a livelli sovrumani. Questa è un’altra
caratteristica americana, nei mesi estivi in tutti i locali chiusi l’aria
condizionata è una vera regina. E’ sempre utilizzata in maniera
esagerata, come il ghiaccio nelle bibite (se non ne volete bicchieri pieni
zeppi ricordatevi di dire “no ice” quando ordinate una bibita).
Dopo aver assistito ad un arresto a pochi metri da noi (ci sembrava di
essere in un film) passeggiamo nella zona di Philadelphia che scende verso
il porto; a metà pomeriggio prendiamo la metropolitana e ci dirigiamo
verso la macchina. Ci aspettano lunghe ore di viaggio in direzione cascate
del Niagara, ci fermeremo a dormire quando saremo stanchi.
Dopo un’occhiata veloce alla cartina ci dirigiamo verso Scranton.
Attraversiamo la Pennsylvania da Sud a Nord. La campagna della Pennsylvania
è veramente bella; con le sue dolci e verdi colline i boschi fitti
e i profumi tipici dell’estate; le case sono graziose, notiamo che
nessuna è cintata e non esistono cancelli, da noi non sarebbe possibile
o quantomeno rischioso; come minimo la domenica ci troveremmo invasi dai
maniaci dei pic-nic. Decidiamo di fare un pezzo di percorso prendendo
una strada secondaria e la scelta si rivela azzeccata. E’ attraverso
queste strade secondarie che si scopre la vera America, quella del mito,
di Kerouac e di tutte le generazioni di vagabondi che hanno attraversato
da Nord a Sud e da Est Ovest questo grande paese alla ricerca di qualcosa
che forse non hanno mai trovato, ma hanno senza dubbio contribuito alla
leggenda delle vecchie strade americane. E parlando di mito dopo alcune
ore appena a Nord di Scrancton incrociamo e prendiamo la leggendaria strada
nr. 6 che da New York porta fino in California. Seimila chilometri di
asfalto per ripercorrere i percorsi dei pionieri in direzione Ovest, verso
la frontiera, i territori selvaggi e, dopo le grandi pianure, gli aspri
altipiani, i cocenti deserti ecco la terra promessa: le verdi pianure
della California e dell’Oregon. Nel bel mezzo delle pianure Americane
la nr. 6 si incrocia con la Mother road, la vecchia nr. 66 che nelle cartine
attuali non è più segnalata ma che è entrata in pieno
diritto nella leggenda.
Ormai stanchi dopo parecchie ore di macchina ci fermiamo a una ventina
di chilometri da Elmira in un piccolo motel in mezzo al niente. E’
libera solo una camera, decidiamo di fermarci comunque e di dormire tutti
e sei insieme. Dopo una buonissima cena al ristorante del Motel ci accorgiamo,
passeggiando lungo il piazzale nel retro, che quest’eremo in mezzo
al nulla è luogo frequentato da migliaia di grossi ragni e insetti
vari; ma il massimo lo troviamo davanti alla porta della nostra camera
dove ad attenderci troviamo un bel serpente. La notte sarà un vero
incubo: in sei in una camera con l’aria condizionata rotta e 32
gradi di temperatura e il 400% di umidità. Riesce a dormire solo
Simona 2, per lei questo caldo sovrumano è un dolce tepore. Nella
lotta con la morsa del caldo il pensiero va già all’indomani,
e le acque delle maestose cascate del Niagara sembrano quasi rinfrescarci.
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