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7° giorno: giovedì 9 agosto 2001: BOSTON
Visto il viaggio faticoso del giorno prima la sveglia oggi è meno
implacabile del solito. Dopo una bella colazione la prima cosa che faremo
sarà fortemente americana. Era una delle cose che volevamo assolutamente
provare, la lavanderia automatica è uno dei simboli della vita
quotidiana in america. Per il viaggiatore significa entrare nel cuore
dell’America, sentirsi uno di loro. Dopo un’ora circa abbiamo
finito e siamo pronti a partire alla scoperta di Salem. Per prima cosa
visitiamo un museo delle streghe. Si rivelerà una mezza delusione.
Invece di un museo si tratta di uno spettacolo (una specie di monologo)
in cui raccontano vecchie storie di streghe nella Boston del 1800; parole
capite 3 o 4, una tragedia. Il centro di Salem è completamente
pedonale e molto carino. Ci dirigiamo verso il porto e ci fermiamo a mangiare
in un locale dove mangiamo dei discreti piatti di pesce. Nel frattempo
la temperatura ha raggiunto livelli insopportabili tranne, come al solito,
per Federica e Simona 2 che, anzi, non disdegnerebbero un golfino (tremendo!!).
Il porto non è entusiasmante, decidiamo di prendere l’auto
e dirigerci a Boston.
Boston rappresenta l’america moderna dei nostri giorni, ma con profonde
radici nei secoli passati. Il Massachusetts ha il soprannome di puritan
state (stato puritano), i padri pellegrini hanno lasciato le tradizioni,
il modo di vivere e di pensare dei bianchi, anglosassoni e protestanti
del 1700. La città comunque ci è piaciuta molto. I giovani
sono più belli del viaggio; quando la natura ti
regala grandi emozioni non vorrestida nessun’moltissimi e, attorno al tradizionale punto d’incontro dei
Bostoniani, il Quincy Market, troviamo un clima frizzante e goliardico;
complessini che suonano, bar pieni di gente, persone che si incontrano
e turisti che si intrufolano. Una lunga passeggiata (vari chilometri)
alla scoperta del centro di Boston è segnalata con una striscia
di mattoncini rossi, che ti guidano alla scoperta di questa bella città.
In attesa della cena ne percorriamo un bel pezzo. Arriviamo fino al Boston
common, il più antico parco pubblico di tutti gli Stati Uniti.
E’ considerato un simbolo di libertà, in quanto da quando
fu creato (nel lontano 1630 circa) ogni cittadino lo poteva utilizzare
addirittura anche per pascolare le mucche; qui furono però barbaramente
impiccati quaccheri, streghe e pirati; un’altra prova che in questo
paese, simbolo e guida del mondo civilizzato, sopravvivono fuse insieme
grandi libertà e profonde ingiustizie. Stanchi per la lunga scarpinata
ci fondiamo in un Tex-Mex (ristorante texano messicano), si rivelerà
una delle pratiche culinarie più riuscite di questo viaggio. Nel
dirigerci verso la macchina per tornare al nostro motel fermandoci in
un piccolo supermercato per comprare dell’acqua, facciamo uno degli
incontri più belli e commoventi del nostro viaggio. Un’anziana
donna ci sente parlare in italiano e ci ferma; è una donna Italiana
della provincia di Avellino. Ci racconta la sua vita di immigrata nel
periodo in cui in Italia la vita era veramente difficile e l’America
incarnava molto più di adesso il sogno di libertà e di benessere
per milioni di stranieri. La sua non è stata una vita facile e
il sogno americano si è rivelato solamente una dura sopravvivenza.
Solo per pochi l’America è stata la via dell’oro, per
migliaia (o milioni) di anonimi è stata una vita di sacrifici e
di privazioni con il dolore per la lontananza dalle proprie origini. La
lasciamo tra le lacrime e con la promessa, al nostro ritorno in Italia,
di fare un saluto alla sua terra. Arriviamo in motel stanchi ma felici
di questa giornata americana, dentro di noi è un po’ cresciuto
l’amore per il nostro paese.
8°-9°-10° giorno: venerdì 10 agosto 2001- sabato 11
e domenica 12: Boston - Denver
Ci svegliamo di mattina presto. Dobbiamo preparare i bagagli perché
nel pomeriggio ci aspetta l’aereo per Denver, e nella mattinata
dobbiamo continuare la visita di Boston.
Prendiamo uno di quei pulmini turistici con il quale giriamo gran parte
del centro città, passiamo anche davanti alla celeberrima università
di Harvard, dove i figli più fortunati dell’America più
ricca costruiscono il loro dorato futuro per la modica cifra di un’ottantina
di milioni all’anno. Qui assicurano che, a differenza dell’Italia,
i soldi spesi per l’Università sono un vero e proprio investimento.
Vediamo poi il distretto finanziario con i suoi grattacieli e percorriamo
tutta la zona del porto. Scendiamo a North end, vecchio quartiere del
porto dove vivevano gli immigrati all’inizio del 20° secolo,
si potrebbe definire la little Italy di Boston; qui si tengono feste religiose,
processioni e feste varie in memoria delle vecchie tradizioni italiane.
Percorriamo il quartiere in direzione centro, i bar somigliano molto a
quelli italiani, ma penso che gli Italiani rimasti siano pochi; si tratta
per di più di discendenti che hanno dimenticato la lingua dei loro
padri e sono ormai americani al 100%. Si è fatto ormai particolarmente
tardi, tra due ore dobbiamo riconsegnare l’auto e andare in aeroporto
per il check in; ci fermiamo in un bar con scritte italiane, anche l’arredamento
interno ricorda un bar italiano. Io e Diegone (lo chiamiamo così,
ma non dipende assolutamente dalla panza) proviamo un panino con la mortadella;
sappiamo di rischiare grosso, ma ci va bene, il panino è molto
buono anche se molto caro (6 dollari). Finito il pranzo proviamo anche
l’espresso (in sostituzione per una volta del beverone americano),
buono quasi come nei bar italiani.
Alle 13.00 circa diamo l’addio all’auto con la quale abbiamo
percorso 2.500 chilometri dell’Est americano. Arriviamo in aeroporto
è abbiamo subito una brutta sorpresa: il nostro volo per Detroit
è stato annullato per brutto tempo. E’ l’inizio di
una brutta avventura che ci dimostrerà che non solo in Italia si
può essere vittime di ritardi e disfunzioni. Dopo interminabili
discussioni con il personale agli sportelli capiamo che dovremo trovarci
un albergo per la notte perché fino alle 13 del giorno successivo
non ci sarà un altro aereo. Ma non è ancora finita perchè
l'aereo il giorno dopo parte con un ritardo mostruoso e, arrivati
a Detroit con oltre due ore di ritardo perdiamo la coincidenza per Denver.
Siamo un’altra volta costretti a trovare un albergo e aspettare
il giorno successivo. Tutto questo ci ha fatto arrivare a Denver domenica
12 agosto alle ore 18.00 invece che venerdì 10; abbiamo perso ben
due giorni in un programma di viaggio già strettissimo. Il problema
è come recuperarli; salteremo mezza giornata rinunciando a Canyonlands,
altra mezza giornata la recupereremo tra Grand Canyon e Bryce Canyon e
un giorno intero lo toglieremo alla California.
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