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2^ parte del viaggio: IL MITICO OVEST
10° giorno: domenica 12 agosto 2001: DENVER – GREEN RIVER
Finalmente siamo a Denver, l’Ovest americano ci aspetta. Il mito
della frontiera, delle strade sterrate, degli immensi spazi, è
sotto i nostri piedi. Non ci serve che un’auto e una canzone degli
Eagles e l’Ovest è nostro. Raggiunto il parcheggio dell’Alamo
e consegnati i documenti necessari ritiriamo l’auto e siamo pronti
a partire. Per recuperare il tempo perduto dobbiamo fare più di
500 chilometri, attraversare le montagne rocciose e arrivare fino a Green
River, nello Utah nei pressi dell’Arches national park. Imbocchiamo
la Interstate 70 attraversiamo Denver dove si dice inizi il vero Ovest.
E’ straordinario perché quando sei a Denver se guardi verso
Est vedi una pianura infinita, verso Ovest le imponenti montagne rocciose.
Dopo più di 6 ore di auto (a seguito delle 3 in aereo) e tutti
e tre gli autisti sfruttati arriviamo moribondi a Green River e, presa
una camera al motel 6 del paese, non vediamo che il letto. Trascorriamo
la nostra prima notte sotto il cielo dell’Ovest, ci troviamo ad
una passo da parchi straordinari. Siamo nella terra degli indiani e dei
pionieri, in uno stato grande più di metà dell’Italia
con neppure 2 milioni di abitanti, nonostante la stanchezza c’è
l’emozione per i posti che vedremo e le strade che percorreremo
e la colonna sonora del nostro sonno sarà una vecchia melodia indiana.
11° giorno: lunedì 13 agosto 2001: Arches National park –
Monument valley.
Prima sveglia nell’Ovest americano. Abbiamo dormito pochissime
ore, ma dobbiamo svegliarci molto presto. Molti sono i chilometri da percorrere
e molte le cose da vedere. Chiediamo a Jimmy (sonnolento portiere del
motel) di indicarci un posto dove consumare una gigantesca colazione.
Dopo due giorni terribili finalmente siamo rilassati, anche grazie a uno
stupendo piatto pieno di uova bacon e patate, succhi di frutta e caffè.
Il buon Jimmy ci ha suggerito un ottimo posto (da urlo anche la cameriera;
bella, timida e molto americana). Dopo un’ora siamo già dentro
l’Arches National park. Restiamo a bocca aperta per la bellezza
selvaggia e solitaria di questo parco; l’orizzonte è infinito,
il silenzio è totale, l’unico rumore è il fruscio
del vento, siamo tutti zitti soli con i nostri pensieri stregati da questi
luoghi. Ci spostiamo due o tre volte con l’auto per raggiungere
i posti più interessanti per proseguire poi a piedi. In sequenza
raggiungiamo parecchie meraviglie della natura: nel sentiero percorso
a piedi incontriamo vari archi formati dall’acqua e dal vento con
una lenta ma inesorabile erosione, fino ad arrivare al simbolo del parco
il landscape arch, il più lungo arco naturale del mondo. Purtroppo
dopo un paio d’ore il tempo peggiora ed arriva addirittura la pioggia.
E’ comunque già parecchio tardi e in serata dobbiamo arrivare
alla Monument Valley (circa 200 chilometri più a Sud). Imbocchiamo
la highway nr. 191, una delle strade più spettacolari d’America
che attraversa lo Utah e l’Arizona da Nord a Sud fino a morire al
confine con il Messico. Sfioriamo Canyonlands, una delle tappe annullate
a causa dei giorni persi e abbiamo la sensazione di perderci qualcosa
di straordinario. Dopo il pranzo ad un Denny’s qualche chilometro
a Sud di Moab riprendiamo il nostro viaggio. Il tempo peggiora sempre
di più e si trasforma nel volgere di pochi minuti in un autentico
nubifragio. Arriviamo a Monticello, anonimo paesino in mezzo al nulla,
dove la 191 incrocia la 666 che porta alla Mesa Verde e la pioggia ci
da una tregua; ci fermiamo per sgranchirci le gambe e per cambiare l’acqua
ai pappagalli. Monticello è un esempio tipico dell’Ovest
americano; queste piccole cittadine di provincia possono trovarsi a ore
di macchina da altri centri abitati di un certo rilievo. Per noi europei
è sorprendente e spiazzante l’impatto con un paese che ha
nelle grandi distanze e negli spazi sconfinati le sue caratteristiche
più marcate; in questi altipiani immensi si riesce a vedere all’orizzonte
la rotondità della terra. Mi rendo conto di essere quasi impreparato
a queste solitudini e a questi immensi silenzi; la vita di città
ci ha costretto a fare l’abitudine a caos e rumore, e come tutte
le abitudini col tempo ci diventano indispensabili. E’ per questo
che quando ci troviamo in posti come questi, dove i silenzi, gli spazi
e le solitudini regnano sovrani, ci sentiamo a disagio fino a provare
addirittura quasi un malessere fisico; non siamo più protetti dalle
nostre abitudini.
Ripartiti da Monticello dopo circa una trentina di miglia abbandoniamo
la 191 e imbocchiamo la 163, la highway che non dimenticherò e
sicuramente ripercorrerò. Il paesaggio è quello dei film
western, siamo nella riserva indiana dei Navajo ai quali il governo degli
Stati Uniti ha donato (dopo essersi preso tutto) la vicina Monument Valley.
Rivivo le migliaia di immagini viste in film e fotografie, ma stavolta
io sono qui e queste sensazioni mi resteranno per sempre impresse nella
mente e nel cuore. In questi luoghi immutati nel tempo si fondono insieme
il mito della frontiera di ieri (quella dei pionieri) e quella di oggi
(quella di Easy rider e prima ancora quella di Jack Kerouac e ora la mia);
lungo questa strada nella mia mente si incrociano le canzoni degli Eagles
e le pagine di “On the road”, il mito del vecchio West e una
nostalgia di fondo, mia personale, struggente e malinconica: quella per
le cose che non si sono vissute, per il tempo che trascorre e i tempi
che cambiano. E con la convinzione ormai perduta che con un viaggio nei
luoghi sempre sognati inseguendo generazioni ormai passate, si possa trovare
quello che si cerca percorrendo parallelamente ad una strada un tragitto
del proprio cuore. In fondo un po’ tutti siamo alla ricerca di qualcosa
che forse (o sicuramente) non troveremo mai. Credo che in fondo ad ogni
rettilineo e al di là di ogni curva (come da un bellissimo libro
di Alex Roggero) oltre ad inseguire il fantasma del blacktop (il manto
nero dell’asfalto, simbolo e spirito delle strade americane), ognuno
di noi cerchi la propria disillusione.
In balia di questi pensieri e dopo circa mezz’ora di strada attraversiamo
l’ultimo paesino prima della Monument: Mexican Hat (così
chiamato per una roccia a forma di sombrero messicano). Il paesaggio diventa
sempre più selvaggio e spettacolare e dopo un po’ di miglia
iniziamo un lungo rettilineo con la Monument Valley sullo sfondo e ci
fermiamo per immortalare con foto e riprese. Credo che siamo nel tratto
di strada in cui si ferma Forrest Gump dopo aver corso per tre anni in
giro per l’America. Arriviamo fino all’entrata e proviamo
a cercare un posto per dormire ma essendoci solo un
albergo di camere disponibili neppure l’ombra. Ritorniamo allora
indietro a Mexican Hat dove troviamo due camere in un delizioso motel
sulle sponde del San Juan river. Andiamo a mangiare in un posto stupendo;
un vecchio ristorante con un imbronciato cow boy che cuoce bistecche su
una griglia dondolante e due pentoloni di fagioli sulla stufa. Mangiamo
all’aperto sorseggiando una birra fresca e godendoci uno stupendo
tramonto che trasforma le rocce in un rosso vivo; una serata indimenticabile.
Purtroppo abbiamo lasciato macchine fotografiche e videocamere in motel,
quindi tutto questo resterà, indelebile e struggente, solo nei
nostri ricordi. Andiamo a dormire a notte inoltrata, dopo aver trascorso
un po’ di tempo sdraiati a sentire il rumore del San Juan River.
Domani nella mattinata ci aspetta la visita alla Monument Valley e nel
pomeriggio il viaggio per raggiungere il Grand Canyon.
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