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12° giorno: martedì 14 agosto 2001: Monument Valley –
Page.
La sveglia è implacabile alle 6.30. Dopo una veloce colazione
ci dirigiamo verso la Monument sulla strada già percorsa la sera
prima. Arriviamo giusto in tempo per ammirare l’alba con i raggi
di sole tra i celeberrimi faraglioni. Con una specie di jeep aperta da
8 posti (con noi 6 ci sono due giapponesi) iniziamo la visita che durerà
circa due ore e mezzo. L’autista è un vecchio indiano navajo
(qui è tutto gestito dagli indiani) che riesce a farsi capire parlando
lentamente. Arriviamo prima al John Ford point (luogo intitolato al famoso
regista) da dove si ha una panoramica completa e straordinaria. Al di
sopra vediamo le 3 sorelle: tre rocce molto simili che a me ricordano
di più una mano con sole tre dita. A piedi attraversiamo anche
un lago in cui si specchiano le rocce di fronte, e all’interno di
una piccola grotta dei vecchi graffiti indiani, con disegni raffiguranti
la vita quotidiana dei Navajo. Alla fine del giro ci fermiamo ad ammirare
le antiche abitazioni degli indiani. Sono delle costruzioni in fango e
paglia (molto resistenti); assomigliano alla lontana ai “casoni”,
abitazioni tipiche della zona litorale tra Venezia e Lignano Sabbiadoro.
All’interno assieme ad una giovane Navajo, che gestisce il negozietto
improvvisato di manufatti indiani, troviamo una vecchietta quasi centenaria
che per oltre mezz’ora ci delizia raccontandoci vecchie storie di
lei e della sua gente. Nello sguardo si nota un velo di tristezza, quello
di un popolo di fieri e indomiti guerrieri ridotti a vivere della carità
di chi è arrivato secoli dopo di loro. Ci dice che attualmente
all’interno della valle vivono circa 6.000 famiglie. C’è
una scuola per i ragazzi e tutte le abitazioni (quasi tutte catapecchie
di plastica o vecchie roulotte) sono prive di luce elettrica (che all’interno
della Monument non arriva). Questo piccolo numero di Navajo riesce ancora
a vivere come oltre cento anni fa; ma la maggior parte ha cercato fortuna
lontano nelle grandi città; trovando per lo più discriminazione
e alcool. Quest’ultimo negli ultimi anni si è trasformato
in una vera e propria piaga ed è tra le maggiori cause di morte
tra gli indiani. Salutiamo la simpatica vecchietta e ci accingiamo a salutare
la Monument Valley. Questo posto straordinario mi resterà sempre
nel cuore. Penso che difficilmente si possano trovare molti altri luoghi
che siano in grado di dare le emozioni che ho provato qui. I profondi
silenzi, le solitudini e gli orizzonti infiniti rendono questa valle magica
e magnetica e vecchie melodie indiane risuonano come a farci ricordare
la storia sanguinaria di queste terre. L’uomo bianco è riuscito
a sterminare gli antichi abitanti, ma non riuscirà mai a cancellare
i loro spiriti che ancora aleggiano lungo i faraglioni. I miei pensieri
lungo la strada in direzione Kayenta (Arizona) sono rimasti ancora per
lunghi minuti all’interno della valle e negli occhi della vecchia
indiana. Arriviamo a Kayenta verso mezzogiorno e ci tuffiamo dentro il
primo Mcdonald’s. Mangiamo qualche hamburger in tempi minimi, ci
aspetta infatti un lungo tragitto per raggiungere il Grand Canyon. Dopo
aver fatto il pieno imbocchiamo la 160 sapendo che per oltre 150 chilometri
non vedremo che deserto. La 160 è un lungo rettilineo percorribile
anche senza il volante e senza i freni da Kayenta fino a Tuba City. Incrociamo
pochissime auto e neppure una casa, ma il paesaggio e straordinario. Dopo
un paio d’ore arriviamo a Tuba City assolata e sonnolenta cittadina
di provincia; viene considerata la città capitale della tribù
degli Hopi, la cui riserva molto più piccola confina con quella
immensa dei Navajo. Gli Hopi sono sempre stati degli inermi agricoltori,
la loro sottomissione si rivelò una pratica piuttosto semplice
per i conquistatori. Anche adesso la loro riserva continua a rimpicciolirsi
a favore dei Navajo.
A Tuba City troviamo un grosso supermercato e ne approfittiamo per ripristinare
le nostre riserve di acqua. Ci resta un’oretta di strada per raggiungere
il Grand Canyon. Purtroppo dopo un giorno di tregua il tempo non promette
nulla di buono.
Arrivare al Grand Canyon necessita di un minimo di preparazione. La sua
immensità è qualcosa che ti prende per la gola e non ti
lascia respirare. Non puoi fare altro che stare in silenzio e ammirare
quello che la natura è in grado di creare. E’ talmente immenso
da sembrare finto e irraggiungibile. Lontano nel fondo ammiriamo il Colorado
river, l’artefice insieme al vento di questa inimitabile opera d’arte.
Andando in direzione del Visitor center ci fermiamo in più punti
panoramici e Diego si diletta in pericolose discese vicino allo strapiombo
del canyon con Federica che inutilmente cerca di dissuaderlo. Alessandro
visto il luogo mistico ha i capelli come Gesù di Nazareth (vedi
foto di gruppo). Dopo circa un’ora arriva purtroppo l’immancabile
pioggia nostra fedele compagna di viaggio. Io e Alessandro ci chiudiamo
dentro l’auto mentre gli altri sono al visitor center per prenotare
un motel a Page.
Ripercorriamo a ritroso la strada già fatta sperando che nel frattempo
cessi di piovere. Arrivati vicino all’uscita verso la highway 32
ci fermiamo in un bar – bazar per rifocillarci e acquistare dei
souvenir (proprio roba da turisti). Questa fermata si è poi rivelata
un autentico colpo di fortuna. La pioggia è cessata e, anche se
con un vento particolarmente freddo, abbiamo assistito ad uno dei tramonti
più belli mai visti e neppure immaginati. Auguro a chiunque di
poter assistere ad un tramonto sul Grand Canyon appena finita la pioggia
con arcobaleni e orizzonti strepitosi. Usciamo dal parco in direzione
Page con alle spalle le luci di un crepuscolo straordinario.
Dopo una giornata massacrante arriviamo distrutti a Page verso le 22 e,
sistemati i bagagli al Motel 6 (veramente carino) affamati e assonnati
ci fondiamo verso un Pizza hut. Divorata una quantità industriale
di pizza e ingurgitato qualche litro di birra l’unico posto adatto
a noi è un materasso. Ci prepariamo per la notte con la senzazione
di aver vissuto una di quelle giornate della vita che sono destinate a
rimanere irripetibili. Domani ci attende un’altra giornata tutt’altro
che riposante con destinazione finale Bryce Canyon.
13° giorno: mercoledì 15 agosto 2001: PAGE – PANGUITCH
La sveglia per una volta non è all’alba ma verso le 8. Nonostante
la pizza della sera stia ancora girovagando per i nostri stomaci siamo
affamati. Troviamo un posto gestito da indiani dove, essendo giorno festivo,
un discreto numero di americani a Page per il weekend con tanto di barca
al seguito stanno consumando le loro colazioni (il lago Powell, grandissimo
e con scenari notevoli, è meta nei fine settimana per molti americani).
Io, Alessandro, Diego e Simona 1 come al solito optiamo per una colazione
tipicamente americana e ipercalorica con notevoli ripercussioni sul fegato.
Conclusa la laboriosa pratica culinaria, prima di partire in direzione
Bryce Canyon andiamo a vedere la grande diga sul lago Powell. Al Visitor
Center io e Diego, forse per l’aria festosa del ferragosto, ci divertiamo
come pazzi e con atteggiamenti piuttosto ambigui. A proposito la foto
di Diego del lago è venuta piuttosto bene forse anche per merito
mio. Il lago visto dall’alto della diga è stupendo e gli
scenari sono proprio quelli di un film Western. Andando però successivamente
verso la riva scopriamo che è fortemente inquinato, tanto da essere
vietata la balneazione. Rinunciato alla gita in barca per il costo non
elevato ma proibitivo, siamo pronti per raggiungere il Bryce Canyon che
si rivelerà l’ennesima tappa strepitosa di questo viaggio.
Imboccata la highway 89 dopo alcuni chilometri passiamo il confine e entriamo
per la seconda volta nello stato dello Utah. Dopo circa mezz’ora
raggiungiamo Kanab, piccola cittadina che per i suoi scenari naturali
è stata utilizzata come set cinematografica di moltissimi film
Western, tanto da essere chiamata “the little Hollywood”.
Entriamo in un negozio particolare in quanto nel retro troviamo un set
cinematografico; con una tipica cittadina del west dell’800 con
tanto di saloon, diligenza, barbiere e banca. Il negozio è molto
particolare per il numero di articoli tipici in vendita. Dai Cd di musica
country all’abbigliamento da vero cow boy (anche per i bambini).
Dopo qualche acquisto riprendiamo la nostra strada. Come al solito prendiamo
la quotidiana dose di pioggia e anche un ingorgo in pieno deserto. Dopo
alcune ore arriviamo in prossimità del Bryce Canyon. Troviamo una
camera in un grazioso motel a Panguitch. Lungo la strada abbiamo visto
la locandina di un rodeo. Nonostante la stanchezza decidiamo di andare
a vedere. Purtroppo arriviamo quando è già tutto finito.
Delusi ci consoliamo con una enorme bistecca in una vicina steak house.
E’ una serata molto bella e fredda (d’altronde ci troviamo
a oltre 2.000 metri di altitudine), il cielo spazzato da un vento leggero
è un tappeto di stelle. Un’altra splendida giornata americana
giunge alla sua fine. Questa terra da sempre sogno per intere generazioni
offre continuamente grandi sensazioni, forse più che per una particolare
bellezza per ciò che rappresenta e che ha rappresentato. Chi ama
gli scritti di Kerouac dei suoi viaggi su e giù per l’America
non può che provare una forte attrazione per la strada americana.
La strada non sempre e solo una striscia di asfalto contornata da paesaggi.
Molte volte può rappresentare molto di più: un ideale, un
sogno, un’emozione, una storia vissuta o da vivere. Per Kerouac
la strada rappresentava una fuga, sofferta e grandiosa, scintillante e
miserabile dalla vita quotidiana e dalla società che lo opprimeva.
Ancora oggi per molti può essere così; quando imbocchi una
strada non ci deve essere necessariamente un punto di arrivo.
Tornati al motel puntiamo le sveglie ad un’ora terribile, le 5.30
!!! ma l’alba al Bryce Canyon è da non perdere.
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