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14° giorno: giovedì 16 agosto 2001: PANGUITCH – LAS
VEGAS.
Dopo l’implacabile suoneria telefonica automatica (ormai le odio)
in una decina di minuti siamo già fuori per raggiungere il Bryce.
La temperatura è terribile ( 7 gradi). Simona 2 è vestita
come uno scalatore in prossimità della vetta dell’Everest.
Ma l’alba che poco tempo dopo abbiamo ammirato ha ripagato la sveglia
da caserma e la temperatura artica. Il Bryce Canyon è un parco
relativamente piccolo se paragonato agli altri parchi americani. Io amo
definirlo uno scrigno pieno di piccoli gioielli. E’ bellissimo vederlo
dall’alto; ma una camminata di un paio d’ore al suo interno
ti lascia letteralmente a bocca aperta. La natura è senza ombra
di dubbio il più grande artista di sempre. Le rocce appuntite e
lavorate tanto da sembrare monumenti, le gole scavate dall’acqua
e dal vento, il silenzio così intenso da diventare rumoroso, i
boschi attraversati da piccoli sentieri e gli orizzonti che mettono il
magone; questo in poche frasi è il Bryce Canyon visto e sentito
da me. Sono convinto che nei posti in cui si passa o ci si ferma il vedere
sia meno importante del sentire; un luogo, una città, un paesaggio,
una montagna o un fiume se restano nel cuore è perché abbiamo
sentito qualcosa di importante e profondo da restare scolpito dentro di
noi. Verso le 10.30 finiamo la passeggiata appena in tempo. Il caldo e
centinaia di turisti stanno prendendo d’assalto il parco. L’essere
arrivati molto presto ci ha permesso di goderci queste 3 ore in perfetta
solitudine. Adesso lasciamo campo libero alle orde di invasori. Riposandoci
in un tranquillo boschetto nei pressi della nostra auto diamo un’occhiata
alla cartina per scegliere la strada che ci porterà a Las Vegas.
Dobbiamo ritornare all’Highway 89, prendere poi la 14 che attraversando
le montagne ci farà raggiungere l’autostrada 15 con la quale
raggiungeremo Las Vegas. Lungo la strada ammiriamo il red canyon (la sera
prima al tramonto era qualcosa di fantastico), ci fermiamo per alcune
foto a queste montagne composte da una terra rosso fuoco, veramente molto
bello. Dal Red Canyon scendiamo verso la 89, la riprendiamo in direzione
Kanab ( da dove eravamo arrivati), ma dopo alcuni chilometri imbocchiamo
la 14; strada molto bella ma, attraversando le montagne molto lenta, impieghiamo
infatti più di 2 ore per arrivare a Cedar City. Scendiamo verso
il deserto del Nevada; a ogni chilometro la temperatura aumenta. Entriamo
in Nevada verso le 14 e la temperatura è arrivata ormai a 48 gradi
(al mattino eravamo a 7 gradi); a questo punto anche Simona 2 può
togliersi il piumino. Ci fermiamo a mangiare a Mesquite a circa 120 chilometri
da Las Vegas. E’ subito chiaro che ci troviamo nello stato in cui
le maggiori entrate economiche provengono dal gioco d’azzardo; infatti
notiamo con un sintomo di disagio che Mesquite è un insieme di
casinò-ristoranti nel mezzo del nulla. Ne scegliamo uno a caso
e la lieta sorpresa sono i prezzi. Come anche a Las Vegas i prezzi per
mangiare sono bassissimi soprattutto negli enormi buffet presenti all’interno
di ogni casinò. A loro infatti interessa che la gente vada a giocare
e a buttare i soldi dentro alle slot machine. Visto che il prezzo è
forfettario (nel senso che una volta pagato puoi servirti di tutto quello
che vuoi), ci ingozziamo come dei profughi bevendo buona birra fresca.
Finito il luculliano banchetto cominciamo a temere l’uscita; considerando
la temperatura esterna e quello che abbiamo ingurgitato potrebbe anche
capitarci qualcosa di sgradevole. Ma dobbiamo arrivare a Las Vegas e quindi
affrontiamo l’esterno subito aggrediti da un vento caldo come se
avessimo un phon puntato sulla faccia. Raggiungiamo in tempo zero la macchina
e riprendiamo l’autostrada. A metà pomeriggio siamo a Las
Vegas, immensa città giocattolo dove arrivano annualmente più
turisti che a Venezia (mi sembra 40 milioni all’anno). Nella periferia
ci sono le zone residenziali e appare come una normalissima città,
ma è lungo lo strip (la strada principale lunga una decina di chilometri
che taglia la città in due) che si trasforma e diventa quella città
piena di luci, alberghi e casinò che tutti conosciamo per averla
vista in migliaia di film. Ci mettiamo subito alla ricerca di un albergo
(a Las Vegas tranne il weekend è facilissimo trovare un posto per
dormire visto il numero immenso di alberghi e motel). Dopo aver provato
in un paio di alberghi troviamo due camere in un bel motel lungo lo strip
di fronte a Treasure island (un albergo con davanti un enorme piscina
con tanto di moto ondoso trasformata in un porto di una città caraibica
dove ogni 4 ore si svolge uno spettacolo con due navi che combattono a
colpi di cannone fino all’affondamento di una delle due). Ci sistemiamo
nelle camere in attesa del tramonto sperando che la temperatura divenga
più accettabile.
La serata, dopo una passeggiata, la trascorriamo al Caesar’s Palace
(albergo-casinò enorme creato sullo stile antica Roma), prima al
buffet (soliti prezzi molto bassi) e poi a giocare al casinò 20
dollari a testa che ci dureranno circa un paio d’ore.
Las Vegas è sicuramente una città affascinante in quanto
unica nel suo genere, ma per quanto mi riguarda merita giusto un passaggio
di mezza giornata a meno di non essere maniaci del gioco d’azzardo.
Tornando al motel per trascorrere la notte decidiamo di saltare la visita
alla Death valley prevista per il giorno dopo in quanto la temperatura
sfiora i 50 gradi e temiamo anche per la tenuta dell’auto. Proseguiremo
quindi per l’autostrada 15 attraversando il Mojave desert con destinazione
finale il Sequoia national park.
15° giorno: venerdì 17 agosto 2001: LAS VEGAS - FRESNO.
Lasciamo Las Vegas nelle prime ore del mattino, la temperatura è
già infuocata e ci attende un lungo viaggio fino al Sequoia national
park (sono almeno 600 chilometri). Mi metto alla guida pronto ad affrontare
almeno 3 ore di deserto; dopo 150 chilometri di nulla e qualche ghost
town incrociamo la sonnolenta cittadina di Barstow dove ci fermiamo per
fare benzina e per un caffè. Qui dobbiamo lasciare l’autostrada
che prosegue verso Los Angeles e prendere la 58. Temiamo per la tenuta
della macchina visto che la temperatura non accenna a diminuire. Unico
obiettivo è di arrivare il prima possibile alla fine del deserto.
Finalmente verso mezzogiorno cominciamo a vedere un po’ di vegetazione,
abbiamo infatti superato da alcuni chilometri la cittadina di Mojave la
quale segnala l’inizio del deserto che porta lo stesso nome. Un’ora
più tardi superiamo un gruppo di colline e scendiamo nella San
Joaquin valley. A Bakersfield ci fermiamo per pranzare; dopo qualche ricerca
troviamo un ristorantino all’interno di una graziosa villetta dove
una gentilissima signora ci propone il menù del giorno. La San
Joaquin valley è una fertile e enorme pianura che si estende da
Bakersfield fino a Sacramento. Qui mi sembra abbiamo girato la famosa
serie “La grande vallata” e il film “Il profumo del
mosto selvatico”. E’ in questa valle che si produce il famoso
vino californiano esportato in tutto il mondo, senza contare la variegata
produzione agricola. Il paesaggio è simile alla nostra pianura
padana, ogni metro di terra è coltivato e il traffico è
notevole. Nel volgere di poche ore di viaggio il paesaggio si è
completamente mutato. Dai colori tenui del deserto al verde intenso della
pianura. Da zone completamente disabitate e inospitali del deserto del
mojave intervallate da sonnolente cittadine, a questa ridente valle dove
la densità di popolazione è notevole e le cittadine si susseguono
una dopo l’altra e appaiono laboriose e produttive. Percorriamo
per un’ottantina di chilometri la highway 99 fino a Visalia per
poi imboccare la 198 che ci condurrà alle montagne della Sierra
Nevada. All’entrata il Sequoia Park ci lascia un po’ interdetti;
di sequoie neppure l’ombra e il paesaggio circostante e scarso di
vegetazione e bruciato dal sole. Ci fermiamo al visitor center e prenotiamo
il motel a Fresno, la temperatura è micidiale e le sequoie dove
sono? Ripartiti e dopo almeno mezz’ora finalmente ci si presenta
davanti agli occhi il paesaggio che ci aspettavamo; foreste di sequoie
altissime e temperatura frizzante di alta montagna. Dopo aver fatto alcune
soste arriviamo finalmente al generale Sherman l’essere vivente
più grande (83 metri di altezza, 11 di diametro e 31 di circonferenza)
e vecchio del mondo (3.000 anni). Purtroppo non abbiamo molto tempo in
quanto sono le 18 passate. Percorriamo tutta la general Highway (che attraversa
tutto il parco) fino a raggiungere un’altra famosissima sequoia:
il generale Grant. Un po’ più piccola ma altrettanto incredibile.
Facciamo una passeggiata in questa parte del parco; con l’imbrunire
camminare in mezzo a questi giganti è un’esperienza da non
perdere, il tramonto trasforma il paesaggio in qualcosa di trascendentale
e mistico. Più viene buio e più siamo attratti e spaventati
da questo luogo magico e un po’ timorosi riprendiamo la strada verso
il parcheggio. Abbiamo vissuto uno dei momenti più affascinanti
e intensi di questo viaggio, ma è ormai molto tardi e dobbiamo
arrivare fino a Fresno; malinconicamente ci avviamo verso la macchina
restii a lasciare questo parco rapiti ormai dalla sua struggente bellezza.
Nella strada che scende a valle ci fermiamo a mangiare in un ristorante
isolato ma carino; vista l’ora tarda per gli americani (sono quasi
le 21.00) ci preparano solo degli hamburger. Arriviamo a Fresno molto
tardi distrutti dopo una giornata massacrante; trovato il motel non vediamo
che il letto. Domani ci aspetta una giornata allo Yosemite.
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