Pagine:1,
2,
3,
4,
5,
6,
7,
8,
9,
10
16° giorno: Sabato 18 agosto 2001: Fresno – Modesto
Ci alziamo come sempre ad un’ora terribile. Dopo la solita energetica
colazione ci dirigiamo in direzione Yosemite. Non mi soffermerò
più di tanto in quanto questa giornata è l’unica da
dimenticare in questo viaggio. Il parco ci ha deluso profondamente, forse
la stagione non era quella giusta. Abbiamo trovato un caldo terribile,
la famosa cascata era priva di acqua come tutti i torrenti. Ci siamo chiesti
se ci trovavamo in montagna oppure ancora nel deserto del Nevada. Dopo
un pranzo veloce in un self service e una fugace passeggiata in boschi
bruciati e tra torrenti in secca siamo tornati all’auto e, dopo
aver prenotato il motel, diretti verso Modesto. L’arrivo prima del
previsto ci ha permesso finalmente di riposare prima della cena. Finalmente
riusciamo ad accontentare Simona 2 e mangiare al Kentucky fried chichen.
A pasto consumato il giudizio su questa catena di ristoranti è
ottimo. Purtroppo resterà l’unica esperienza in questo viaggio.
Riusciamo ad andare a dormire ad un’ora decente delusi però
da questa giornata. Ci addormentiamo con davanti agli occhi il Golden
gate e l’isola di Alcatraz; le nebbie di S.Francisco ci aspettano,
domani finalmente saremo in quella che viene universalmente riconosciuta
come la città più libera e cosmopolita del mondo.
17° -18°-19° giorno: 18/19/20 agosto 2001: Modesto –
S.Francisco – Monterrey.
Modesto è una tipica città di provincia americana. Grandi
strade che l’attraversano e un susseguirsi di centri commerciali,
motel e fast food. Gli americani hanno una passione sfrenata per i centri
commerciali, e come tutte le mode statunitensi negli ultimi anni sono
proliferati anche in Europa. Lasciata Modesto prendiamo l’autostrada
che ci condurrà a S.Francisco. Dopo un paio d’ore eccoci
in prossimità della famosa baia. Attraversiamo le città
della baia tra cui Berkeley sede della famosa università da cui
partirono negli anni ’60 le rivolte studentesche dei figli della
Beat generation, di quel sogno americano ormai svanito nelle nebbie di
Frisco. Attraversando l’Oakland bay bridge vediamo una S.Francisco
completamente coperta da nuvole e nebbia. Improvvisamente i 30 e passa
gradi dei giorni precedenti si riducono in pochi minuti a circa 12 gradi.
Sapremo poi da un gestore di un bar che agosto è uno dei mesi peggiori.
Raggiungiamo il nostro travelodge all’angolo tra Van Ness avenue
e Lombard street dove ci fermeremo per la prima volta per due notti. Nei
2 giorni trascorsi in questa straordinaria città abbiamo cercato
di vedere un po’ di tutto e i chilometri percorsi a piedi sono stati
molti, i continui sali e scendi oltretutto non hanno reso il nostro vagabondare
molto riposante. Tra tutte le grandi città americane questa è
l’unica nella quale verrei a vivere subito. Ogni quartiere è
diverso dagli altri. Dal financial district con i suoi grattacieli, Chinatown
con il suo mix di Oriente e New Orleans, Castro il quartiere gay la cui
esistenza rende Frisco unica al mondo, Mission dove si trova un pezzettino
di Messico, la zona del porto di fronte all’isola di Alcatraz con
i suoi moli dove gustare fantastico pesce fresco e Ghirardelli Square
con la sua fabbrica di ottimo cioccolato, e infine North Beach il quartiere
italiano dove arrivarono migliaia di immigrati italiani all’inizio
del novecento; adesso la maggior parte di questi si è arricchita
e si è trasferita in altre zone lasciando il posto ai cinesi che
si stanno allargando a macchia d’olio dalla confinante Chinatown.
North beach è un quartiere ideale per bighellonare, sempre molto
movimentato e frizzante. Lungo Columbus avenue, la strada principale che
attraversa il quartiere in diagonale, si trovano bar, ristoranti, panetterie
e pasticcerie italiane e, cosa inusuale in America, si sente il profumo
del pane appena sfornato. In questa strada abbiamo mangiato un ottimo
piatto di spaghetti in un ristorante gestito da una famiglia originaria
di Avellino. Antonio, il capofamiglia ci ha raccontato la dura vita degli
immigranti. Sono arrivati alla fine degli anni ’60 e i primi anni
sono stati veramente duri; non conoscevano l’inglese e soprattutto
arrivando da uno sperduto paesino del Sud Italia hanno faticato non poco
ad integrarsi in una società così complessa e variegata.
Ma con costanza e testardaggine hanno superato tutte le difficoltà
fino ad aprire il ristorante che tutt’ora fa conoscere agli americani
il vero cibo italiano. Abbiamo conosciuto anche Maurizio; meccanico di
Trastevere immigrato da quasi quarant’anni. Non ha perso nulla del
dialetto romanesco e si dimostra informatissimo delle vicende politiche
e sportive italiane; ha nostalgia dell’Italia ma non pensa di tornarci.
E’ nata subito una grande simpatia tra lui e Diego; si sono intrattenuti
discutendo per un tempo interminabile di calcio e politica. Distanti come
tifo, Diego Juve e Maurizio Roma, si sono avvicinati per le comuni idee
antiBerlusconiane. Proseguendo sempre per Columbus Avenue incrociamo parecchi
bar e caffè in stile italiano; ritrovo negli anni ’50 e ’60
di poeti e romanzieri squattrinati che ruotavano intorno a Kerouac e agli
altri grandi della Beat generation. Davanti a uno di questi caffè,
il Vesuvio, ecco la city lights bookstore. Una libreria all’apparenza
come le altre, ma resa leggendaria dal fatto di essere stata aperta da
Ferlinghetti e dall’essere stata il punto di ritrovo di Kerouac,
Ginsberg, Burroughs e gli altri Beat. Vicino alla libreria c’è
una strada intitolata a Jack Kerouac; si tratta di un vicolo stretto,
buio e maleodorante, una vera tristezza, Jack si sarà rivoltato
nella tomba. Per me era strano trovarmi lì, in quel luogo dove
affamato di esperienze e sprizzante di energia, Jack non fu il rappresentante
e portavoce(come da più parti viene considerato)di una generazione
di vagabondi sognatori, contestatori, cappelloni e drogati.Con i suoi
libri e la sua vita egli creò dal nulla quella generazione infiltrandole
quelle idee di libertà e di disperazione che non ebbero come capolinea
gli anni ’60-’70 , ma che sono più vive che mai ancora
oggi per chi ha la fortuna e la voglia di avvicinarsi ai suoi libri. Strano
trovarmi lì con cinquant’anni di ritardo aggredito da una
tremenda nostalgia di qualcosa di mai vissuto… con in mente un mare
di pensieri: “quanto avrei voluto conoscerli”. “Jack
vieni, c’è una festa, non puoi mancare”. Mi sembra
di udirne le voci…Negli ultimi anni di vita, consumata nell’alcool
e nella solitudine, Jack si allontanò da Ginsberg e dagli altri,
come risucchiato da quella parte borghese e perbenista di se stesso (trasmessa
dalla madre) con cui aveva sempre convissuto e dalla quale aveva sempre
cercato di fuggire. Con questi pensieri mi faccio scattare qualche foto
ricordo sotto l’insegna della Jack Kerouac road. E’ stata
una giornata indimenticabile la prima a S.Francisco, anche per il clima
e la temperatura (sempre terribilmente bassa). Nei 2 giorni trascorsi
qui non abbiamo visto neppure un raggio di sole. Anche Chinatown merita
una lunga passeggiata. E’ veramente una città nella città,
anzi, una nazione dentro una città; i cinesi sono laboriosi e si
notano i ritmi di lavoro piuttosto elevati. Oltre ad un numero incredibile
di ristoranti, ci si imbatte i una miriade di piccoli empori pieni zeppi
di cianfrusaglie orientali, ed è tutto molto interessante e particolare.
L’ autonomia e l’indipendenza di questa comunità è
praticamente totale, si sono creati tutto quello che serve e per loro
non è necessario uscire dal quartiere, tutto quello di cui hanno
bisogno lo trovano all’interno. Certo è che hanno trovato
in S.Francisco una città (come quasi tutte le grandi città
americane) tutt’altro che chiusa e razzista anzi aperta e disponibile
a diventare sempre più multirazziale. Le nostre grandi città
italiane sono ancora molto lontane da tutto ciò, gelose delle proprie
tradizioni e diffidenti verso culture e religioni straniere, per un’integrazione
di questa portata devono passare ancora molti decenni. Il quartiere di
Castro rappresenta la comunità gay più grande e accettata
del mondo. Qui “l’amore che non osa dire il suo nome”,
per dirla alla Oscar Wilde, il proprio nome lo urla addirittura e tutto
è alla luce del sole, senza menzogna e senza vergogna; un calcio
al perbenismo di bassa lega ancora imperante in tutti i paesi del mondo.
Abbiamo pranzato in un locale incredibile proprio nel centro del quartiere,
sia nelle strade sia dentro il locale non vi era ombra di una donna; le
uniche presenze femminili erano le nostre tre ragazze. Non nego che inizialmente
eravamo un po’ imbarazzati, ma vinto velocemente il disagio siamo
riusciti a consumare in tutta tranquillità il nostro pasto e ad
apprezzare l’eccezionalità di quanto stavamo vedendo e vivendo.
Chiunque vada a S.Francisco non può esimersi dall’attraversare
il Golden Gate, sicuramente il ponte più famoso al mondo, confine
tra la baia e il mare aperto. Il suo colore rosso si staglia sull’Oceano
Pacifico ed è sicuramente uno dei simboli più importanti
del grande sogno americano. Attraversato il ponte siamo arrivati a Sausalito,
famoso borgo di pescatori, ma ci siamo fermati solo pochi minuti a causa
di un vento terribile e freddo; comunque non mi è sembrato ci fosse
nulla di particolarmente interessante. Dopo la seconda e ultima notte
a S.Francisco il mattino siamo pronti per la visita ad Alcatraz. Incredibilmente
è una stupenda giornata di sole con finalmente una temperatura
estiva. Arrivati nei pressi del Pier 39 in attesa del nostro battello
ammiriamo dal pontile centinaia di leoni marini rumorosissimi che giacciono
pigramente in attesa di gentili omaggi da parte dei numerosi turisti.
Ne approfittiamo per una foto con porto sullo sfondo e uno splendido sole
(una delle cose più rare a S.Francisco). Devo dire che la visita
ad Alcatraz è stata veramente indimenticabile. All’ingresso
ci hanno consegnato le cuffie con registrata in italiano (caso più
unico che raro) tutta la visita alla prigione. Seguendo le indicazioni
si visita con calma e in modo approfondito ogni angolo di questo luogo
leggendario. A differenza di come sembra nei vari film la prigione è
molto piccola, al massimo gli “ospiti” furono meno di 300.
I luoghi più interessanti sono sicuramente times square che è
il fondo del corridoio principale con appeso un grande orologio, la cella
di Al Capone che è uguale alle altre ma simbolicamente importante.
Terrificante il “buco” che era la cella buia e umida in cui
finivano in isolamento i più indisciplinati; e poi il famoso cortile
con vista sulla baia e sul Golden Gate. Appena si entra ci si aspetta
di incrociare lo sguardo freddo di Clint Eastwood. Ma quello che mi ha
impressionato di più è la dimensione delle celle mostrosuamente
piccole tanto che per andare a letto o spostarsi dovevano chiudere il
minuscolo tavolino che unicamente al water costituiva l’intero arredo.
Verso mezzogiorno finisce questa straordinaria visita e prima di dire
addio (o arrivederci?) a Frisco mangiamo degli straordinari panini con
granchio in uno dei moltissimi locali che ci sono lungo il porto. Finisce
quindi con le gambe sotto un tavolo la nostra avventura a S.Francisco
una città che non si dimentica e resta nel cuore, così diversa
dalle nostre città europee. Con le sue nebbie, le sue strade sempre
in discesa e salita, i suoi quartieri così diversi uno dall’altro
come città nella città; la sua gente con un incredibile
miscuglio di razze enormemente lontana dai nostri egoistici provincialismi.
E poi la baia che si butta nell’oceano Pacifico a segnare la fine
del grande paese, punto di partenza e nello stesso tempo di fine del sogno
americano; per dirla alla Keruoac arrivati alla fine della frontiera non
resta che tornare indietro. Salutiamo Frisco e ci dirigiamo verso Monterey
imboccando la mitica highway numero 1 che costeggia tutto l’oceano
dal Canada fino al messico. Una strada inconsueta con lunghi tratti a
strapiombo sul Pacifico; l’ideale è proprio percorrerla da
Nord a Sud per ammirare incredibili precipizi e fare un buon carico di
adrenalina. Sembra che durante la sua costruzione vista l’enorme
pericolosità per i lavoratori il governo americano utilizzò
migliaia di carcerati (una buona idea anche per l’Italia). Scendiamo
verso Sud sempre più rapiti dalla bellezza degli scenari e nel
tardo pomeriggio ci fermiamo in un motel alla periferia di Monterey. Andiamo
a mangiare nella città di Steinbeck (bellissimo il busto in sua
memoria lungo la strada principale) in un invitante ristorante messicano
in riva al mare. Dopo una passeggiata ritorniamo al motel; domani ci attende
una delle tappe più lunghe fino a Los Angeles (più di 500
chilometri).
|
[Utenti collegati in questo momento: 20]
|
Torna su
|