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Alla scoperta del vero Texas

di Isabella Intelisano

Arrivate dentro l’albergo le nostre amabili donzelle hanno cominciato a subire la sindrome da fuso orario: hanno resistito qualche ora (dopo che era un giorno e mezzo che non dormivano!) e poi sono andate a letto all’ora locale. Ma intorno alle due di notte, quattro occhi da gufo si sono spalancati nel letto: per loro era giorno e non riuscivano più a dormire! Il giorno seguente è partita l’organizzazione disorganizzata fai-da-te, che consisteva nel guardare una cartina del luogo (gentilmente regalataci dal pastore della chiesetta di campagna là vicino che prontamente Isabella era andata ad importunare) e dopo un accurato sorteggio occasionale, si sceglieva la meta da visitare.Si partiva poi munite di pranzo al sacco improvvisato ed economico, tipo quattro toast crudi o bruciati con sottiletta arancione incorporata. Inizialmente Paola ha avuto qualche problema ad accettare la desolazione totale dei paesini che si visitavano e che tanto piacevano a Isabella ma poi, compreso che il luogo offriva solo quello, si è presto rassegnata al non-shopping e all’anti-turismo Isabelliano e ha iniziato a insultare i cow-boy per strada per rendere più viva la movimentazione della città.

Il paese più vicino a Runaway Bay era Bridgeport, che consiste in una strada principale dove si trovavano una decina di negozietti chiusi, in un mini-market indiano (tipo il Jet Market di Apu) e in una zona residenziale molto campagnola. Vicino c’erano dei paesini talmente fantasma, che le nostre protagoniste non sono riuscite a trovare alcun un motivo per scendere dalla macchina, quali Sunset e Chico, dove le uniche anime vive incontrate sono stati dei bambini abbandonati a sé stessi che si divertivano a scorazzare in cinque centimetri di piazza (in effetti poi, per chiacchierare con questi bimbi, siamo scese dalla macchina volentieri). Nei giorni a seguire, le nostre eroe si sono spinte fino a Bowie, un paesetto un po’ più grande, e in seguito anche a Decatur, dove sarebbero tornate successivamente quasi tutti i giorni per i motivi che racconteremo più avanti. Per la gioia di Paola, la gita texana non si è limitata solo a paesini privi di civiltà, c’è stata anche una giornata dedicata a Dallas. A Dallas però, non c’era niente, neanche la gente e la sventurata Paola, ha avuto la sua seconda delusione. Ecco Dallas: un po’ di grattacieli (che sono gli stessi che si vedevano nella sigla dell’omonimo telefilm) il palazzo dal quale hanno sparato a Kennedy (trasformato nel Sixth-Floor museum, un museo dedicato al presidente al gusto di piombo) e un bel grattacielo girevole con dentro un ristorante (al quale le due italiane si sono gradevolmente accomodate per fare due foto e altrettanto gradevolmente si sono alzate nel momento in cui la cameriera è venuta a chiedere che cosa volessero ordinare...).

La svolta della situazione è stata a Fort Worth, una bella cittadina a mezz’oretta da Dallas che conserva ancora l’immagine e la storia dei cowboys e nella quale, una volta al giorno, nella zona West End, il traffico viene fermato per consentire il passaggio delle mandrie guidate da esperti cowboys. Dopo aver visto la vecchia stazione ferroviaria dalla quale partiva (o parte?) il rifornimento di carne per tutta l’America, Paola e Isabella hanno fatto la conoscenza di un Harleysta, proprietario di un locale che le ha invitate alla grigliata che si sarebbe tenuta quella sera al saloon antistante il locale e poi a un raduno di motociclisti la domenica pomeriggio successiva. (foto 1,foto 2, foto 3) Aspettando la sera per partecipare alla grigliata, le ragazze sono andate nella parte moderna della città in cerca di un museo di cowboy, che non hanno mai trovato, ma durante questo girovagare a vuoto si sono imbattute in un ragazzo molto chiacchierone, tale Cody, un cowboy mezzo texano e mezzo indiano ogeebwey.

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