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Storia dell'America del Nord
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La storia degli Stati Uniti è molto piú complessa di quella “creata” dalla cultura nozionistica, delle generalizzazioni e delle immagini stereotipate, purtroppo in gran voga.
La percezione dell’America come un paese “senza origini e senza cultura” è un classico e stantio paradigma, il piú delle volte sapientemente elaborato per scopi politici, ma anche largamente accettato da chi ancora nutre sentimenti campanilistici nazionali. Non è un caso, infatti, che la gioventú, proporzionalmente al livello evolutivo circostanziale, ne sia meno influenzata.
La storia degli Stati Uniti d’America inizia con il proseguimento, in altro luogo, di tradizioni, usi e costumi europei importati dai primi coloni: inglesi, tedeschi e francesi principalmente al nord, e con spagnoli e francesi al sud, che ne hanno forgiato il destino. A tali tradizioni, alcune di esse rimaste poi predominanti, si aggiunsero successivamente notevoli influenze da altre regioni come l’Irlanda, e l’Italia, ma anche dal Portogallo e vari paesi dell’est europeo.
Queste tradizioni erano importate prevalentemente da coloni che non erano sbandati rifiuti sociali come avvenne per altre migrazioni, sia le nostrane (quella di Livorno) che in altre parti del mondo (Australia), ma per la maggior parte rappresentati invece dai membri piú coraggiosi ed intraprendenti dell’ambiente in cui vivevano, parecchi dei quali poveri, ma includendo anche individui socialmente “ben piazzati”.
Dipingere gli Stati Uniti come un paese senza cultura, per un europeo, equivale quindi a negare intrinsecamente la propria.
Ma l’America divenne anche il rifugio per coloro che la pensavano diversamente dai governanti europei, che per questo li perseguitavano, o di chi voleva inseguire un sogno idealistico, senza l’oppressione di rigide forme governative, alcune delle quali rivelatesi poi obsolete, dogmatiche, suprematistiche ed essenzialmente inconcludenti. La storia degli Stati Uniti è infatti principalmente una storia di sviluppo, inizialmente da basi culturali europee, ma già piú emancipate e libertarie.
Gli aspetti storici che possono essere giudicati negativi, osservando bene, non sono altro che lo strascico dell’inevitabile retaggio politico europeo ereditato: i primi schiavi sono catturati da navigatori e commercianti europei, ma è solo nel 1619 che li vendono in Virginia, per soddisfare la richiesta di mano d’opera delle loro stesse colonie… Inoltre, la schiavitu’ stessa, di cui l’informazione manipolata di parte cerca di addossarne la responsabilita` all’America, non solo esisteva da millenni in altre parti del mondo, ha continuato ad esistere (ed esiste tutt’ora) in Cina… e non e` mai stata interpretata per quello che era: un fatto sociale, e non razzista!
I nativi dell’America, gli “indiani”, a parte il fatto che potevano vendere moglie e figli (!) avevano anch’essi schiavi… ed in Loisiana, come in altri Stati del South, alcuni negri possedevano delle piantagioni, ed avevano a loro volta schiavi…
Mentre la Danimarca fu la prima nazione europea, nel 1792, ad abolire il commercio di schiavi, l’Inghilterra lo fa solo nel 1807, ma omette di proibirne l’uso, che farà nel 1833. L’importazione di schiavi, nonostante fosse stata dichiarata fuorilegge in tutti gli Stati Uniti gia` dal 1808, continuó illegalmente fino al 1860, e solo la vittoria dei nordisti nel 1865 ne segnó la fine, 32 anni dopo l’Inghilterra, con l’articolo XIII dello statuto dei diritti, “Bill of Rights” (amendamento) che proclama: “Neither slavery nor involuntary servitude…shall exist within the United States, or any place subject to their jurisdiction”, cioe’: “Nessuna (delle due condizioni di) schiavitú o involontaria servitudine … possano esistere negli Stati Uniti, od in ogni luogo soggetto alla loro giurisdizione”.
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